giovedì, 08 novembre 2007

a police car and a screaming siren
pneumatic drill and ripped up concrete
a baby wailing and a stray dog howling
the screech of brakes and lamplights blinking

thats entertainment

a smash of glass and the rumble of boots
an electric train and a ripped up phone booth
paint splattered walls and the cry of a tom cat
lights going out and a kick in the balls

thats entertainment

days of speed and slow time mondays
pissing down with rain on a boring wednesday
watching the news and not eating your tea
a freezing cold flat with damp on the walls

thats entertainment

waking up at 6 a.m on a cool warm morning
opening the window and breathing in petrol
an amateur band rehearsing in a nearby yard
watching the telly and thinking 'bout your holidays

thats entertainment

waking up from bad dreams and smoking cigarettes
cuddling a warm girl and smelling stale perfume
a hot summers day and sticky black tarmac
feeding ducks in the park and wishing you were far away

thats entertainment

two lovers kissing at the scream of midnight
two lovers missing the tranquility of solitude
getting a cab and travelling on buses
reading the grafitti about slashed seat affairs

thats entertainment
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domenica, 05 agosto 2007
Igor Wakhevitch
Hathor
Liturgie Du Souffle Pour La Resurrection Des Morts
(Atlantic, 1973)
recensione di Giulio Cesare Scamorza



Igor Wakhevitch è uno strano compositore, a volte sembra inebriato dalla sua stessa musica, dalla sua stessa strabordante volontà di creare: il frammentario e acido Docteur Faust aveva sacrificato la forma alla pretenziosità del contenuto, ucciso la solennità del primo album e stemperata la medesima in un flusso maniacale di suono elettrico e di partiture improbabili. Con Hathor, il musicista francese trascende sé stesso e la sua opera nella direzione opposta: abbandonata la spigolosità del secondo album, distende il proprio sguardo su panorami ben più desolati e oscuri, riducendo al minimo la cura del contenuto e del particolare, concentrandosi con sforzo titanico sulla forma, sul suono e sull'insieme. Effettivamente, si tratta di un album estremamente coeso, compatto, granitico: troppo; il concept evanescente e chiassoso della mortalità e del ritorno alla vita (possibilmente attraverso le tenebre, come suggeriscono i lunghissimi titoli) inquina il potere evocativo della musica, che comunque è pochissima (all'orecchio l'unico grande piacere è di natura timbrica, grazie alla variegatezza dei suoni sintetici). Sopra sgraziati e trascinati deserti proto-dronici si innalzano goffe oscure preghiere, ma tutto l'impegno di Wakhevitch, più pomposo e vanesio che mai, non riesce ad impedire che il risultato finale somigli ad una sinistramente autoparodistica rivisitazione dei primi Tangerine Dream.
domenica, 05 agosto 2007
Igor Wakhevitch
Docteur Faust
(Pathé EMI, 1971)
di Giulio Cesare Scamorza



Al suo secondo lavoro su disco, Wakhevitch sgretola le atmosfere inquietanti e abbacinanti che avevano caratterizzato il suo Logos, e si avvicina maggiormente ad un inquieto germe di rock progressivo (come ancora alcuni osano catalogare la sua opera), free jazz e impiego spettacolare dell'elettronica (basti ascoltare l'introduzione di "Ténèbres"). Le influenze sono più 'terrene' e possiamo udire echi di Frank Zappa in "Faust" e "Vulcain" (all'interno della robusta suite "Materia Prima"), soprattutto per quanto riguarda le partiture orchestrali, che richiamano ancora Varèse a tratti. Il coro finale del brano, contrappuntato dal clavicembalo, è uno dei capolavori dell'album; a volte tuttavia l'artista spreca molto del suo ingegno per buttarsi sul concettuale (è il caso di "Eau Ardente", con predica del pontefice in latino, campane e rumore di frustate su uno sfondo di caustica desolazione post industriale), a volte sbaglia forse ad affidare le sue sinfonie ad arrangiamenti modernisti (la stessa "Ténèbres", ma anche lo spettrale minuetto per synth e impastatrice di "Matines") rischiando di denaturarle. Altre volte le idee sono semplicemente poco buone, come nella chiassosa "Licornes", contrappuntata nel finale da un fastidioso nitrito di cavallo in loop, o anche la finale "Sang Pourpre", urlata e sconnessa su un sottofondo di chitarra elettrica funky (!!!). Tutto sommato, un gradino sotto il suo predecessore, nonostante la propria immeritata fama.

6,5/10
sabato, 04 agosto 2007
Igor Wakhevitch
Logos
(Pathé EMI, 1970)
di Giulio Cesare Scamorza



Criptico, allucinato, indecifrabile: Igor Wakhevitch non è forse tra i compositori più celebrati dell'avanguardia moderna, ma questo non può in alcun modo scalfire il suo genio. In questi paesaggi sonori di scarna e complessa bellezza, in quest'universo bollente sospeso fra Varèse, la psichedelia e il free jazz, il seme della follia si sposa con lo studio minuzioso di atmosfere e suoni. L'approccio alla composizione del musicista francese è sfuggente, la sua figura è lontana ed evanescente, quasi inumana (del resto trionfante inneggia "Homo Sapiens Ignorabimus"); la sua opera è musica per l'intelletto che atterrisce il corpo. Questo rachitico feto abortito di caos e allucinazione respira nelle sue possenti narici l'universo.

7/10
lunedì, 16 luglio 2007
Wallace Collection
di ERNESTO SPARA

Wallace Collection - Laughing Cavalier
(1968)
I Wallace Collection, gruppo belga che aveva firmato un contratto per la EMI (!!!) nella seconda metà degli anni '60, sono diventati famosi più che altro per la loro sinuosa hit Daydream; possiamo dire che, pur accodandosi alla scuola barocca del momento, pur riprendendo un tema classico già usato, questo singolazzo dal ritornello triviale e cantilenante (ripetuto all'eterno secondo il modello di Hey Jude) è lungimirante nel prevedere la tendenza di certa musica commerciale anni '70 e '80 che soprattutto in Italia ebbe un'impatto clamoroso e fece due coglioni così ad intere generazioni (Schlacks - se si scrive così - è solo l'ultima ruota di questo rabberciatissimo carro). Perlomeno questi fanno divertire e ogni tanto qualche ideuzza carina la sfoderano, sia nei lenti ("Peru"), sia quando tentano di smuovere un po' più le acque ("What's Goin' On" e soprattutto la divertentissima "Baby I Don't Mind"); tutto sommato è un album godibilissimo, anche se, fosse uscito due-tre anni prima, si sarebbe meritato un giudizio leggermente migliore.
5/10

Wallace Collection - Serenade (1969)
Fin dal primo ascolto è evidente come, in questo secondo album, la qualità del songwriting sia aumentata esponenzialmente rispetto all'esordio. Geniale il singolo "Dear Beloved Secretary", molto divertenti in generale tutti i ritornelli; la confusione del primo disco si stempera in una serie di canzoncine felicemente congegnate ed arrangiate con gusto anche per quanto riguarda l'orchestrazione degli archi ("Love"). A tratti potrebbero ricordare un po' una versione più smaliziata e meno seriosa dei Moody Blues. Ottimo lavoro, comunque, una piccola gemma pop della fine del decennio. Da menzionare anche la stupenda "We Are Machines" e la tiritera infantile di "Tic Toc".
6,5/10

Wallace Collection - La Maison (1970) colonna sonora
Buonissima colonna sonora giocata su pochi temi-guida ("Single Man", il migliore) e su tanti piccoli brani spesso decisamente deliziosi ("Adagio", "Reflections", "Stop Teasing Me"), comunque ad un certo livello. Peccato che nel 1971 la band si sia sciolta per problemi contrattuali e per le pressioni della casa discografica delusa dallo scarso successo commerciale dell ultime proposte; forse negli anni '70 avrebbero tirato fuori qualcosa di interessante e finalmente ottenuto il riconoscimento meritato, che comunque può essere tributato loro dalla mia modesta persona in questo blog.
6/10

Laughing Cavalier (1968)

Get That Girl / The Sea Disappeared / Get Back / Ragtime Lily / Natacha / Merry-Go-Round / What’s Goin’ On / Fly Me To The Earth / Peru / Poor Old Sammy / Baby I Don’t Mind / Misery / Laughing Cavalier / Daydream
[published in England on EMI/Parlophone, in the United States on Capitol, in the rest of the world on EMI/Odeon; republished in mono by Magic Records in 1998, with these bonus tracks: Stay / My Way Of Loving You / Dear Beloved Secretary / Hello Suzannah / Love / Rêveries (Ev’lyn) / Le Monde Est Fou. Republication in stereo: due during 2006]

Serenade (1969)

Bruxelles (part 1) / We Gotta Do Something New / Serenade / Hocus Pocus / We Are Machines / Love / Let Me Love Her / Since You’re Gone For Evermore / Dear Beloved Secretary / Tic Toc / Where / We Are Machines / See The Man / Bruxelles (part 2) [published in England on EMI/Parlophone; in the rest of the world on EMI/Odeon]





La Maison
(Original Motion Picture Soundtrack, 1970) : Parlez-moi d’amour / Who Can Tell Me My Name / Reflections / Stop Teasing Me / Hey Bird / Single Man / Generique / Single Man / Phil / Tension / Adagio / Single Man (reprise) / Parlez-moi d’amour (reprise) [published in France and in the rest of the world on EMI/Odeon]






Daydream
(1968)
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sabato, 07 luglio 2007
Quaser
Out From Quaser
(1994)

di Fulvio Orsetto

progressive-rock giapponese infarcito di synth, pervaso da un'atmosfera da Floyd dell'ultim'ora (anche se un po' mbriachi), ma ancora più sgraziato e pesante; produzione scadente, sound vaporoso e indigesto. Speravo proprio in qualcosa di meglio, anche in confronto con il recente Phase Transition (2003), che per carità non è un capolavoro, ma perlomeno sa di qualcosa.

  1. Japanomics
  2. Wait for Nothing
  3. Tales Ancient
  4. Amaderas
  5. Efficiency Game
  6. See the light, Feel the wind
  7. Awakening
  8. Psycollapse
  9. Baby Sally
I Quaser sono un combo progressivo giapponese formato dal chitarrista Yoshikazu Matsuura e dal tastierista Takuya Morita, nel 1975; il modello principale sono i King Crimson del tempo e gli Emerson, Lake & Palmer (anche nella formazione costituita da tre elementi: tastiere / basso,chitarra / batteria), con grande preminenza affidata al virtuosismo di Morita, anche vocalist e massimo compositore. Le vicissitudini della formazione, piuttosto instabile fin dal principio, portarono ad un lungo periodo di inattività: nel 1994 Morita riprende il nome Quaser per un gruppo del tutto diverso, che registra Out From Quaser, esordio della band a quasi vent'anni dalla prima formazione. Seguiranno Remergence e Phase Transition, tutti all'insegna di un sound piuttosto derivativo e 'revival', senza particolari guizzi d'ingegno, ma un po' di esotismo nipponico a colorare gli spazi già predisposti da trent'anni di musica progressiva.
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domenica, 24 giugno 2007
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lunedì, 18 giugno 2007
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sabato, 16 giugno 2007
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domenica, 10 giugno 2007
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